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Prima della Scala: un rito laico immutabile in un’Italia senza più certezze

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In un Paese dove ogni giorno di più cadono le certezze, resta immutabile il rito laico della prima della Scala, fermo a ricordarci il valore della cultura e segnatamente del melodramma, patrimonio italiano per eccellenza. Lo sa bene Riccardo Chailly, che con questa Tosca compie una ulteriore tappa nel suo personale percorso di riscoperta dei melodrammi italiani nella loro prima versione. La “UrTosca” di Giacomo Puccini, proprio quella che ascoltarono gli spettatori del Teatro Costanzi di Roma il 14 gennaio 1900, vedrà sul palco quello che, sulla carta, è uno dei migliori cast oggi possibili (se non il miglior cast possibile). Nel gioco meta-teatral-musicale del capolavoro pucciniano, la “celebre cantante” (da libretto) sarà interpretata dalla diva assoluta dei nostri giorni, quell’Anna Netrebko di cui la leggenda narra che, giovanissima, venne notata da Valery Gergiev mentre puliva il palcoscenico del Marinskij di San Pietroburgo. Annina (o Annona, a seconda dei gusti) torna alla Scala per il suo quarto 7 dicembre e promette mirabilia. Soprattutto per chi, come il sottoscritto, ha vissuto l’esperienza di ascoltarla in altre occasioni e in particolare nel Trovatore del luglio scorso all’Arena di Verona. Allora fu una Leonora semplicemente superba, un’incantatrice capace di tenere in assorto, religioso, stupefatto silenzio quasi 12 mila persone assiepate nell’anfiteatro romano, pendenti dalle sue labbra che dispiegavano con dolcezza infinita quella che forse è la più bella aria scritta da Giuseppe Verdi per voce di donna (e d’angiol, in questo caso), “D’amor sull’ali rosee”.

Caso singolare, quello della Netrebko, che è diva e antidiva insieme (basta scorrere sui social le foto postate in passato, non sempre appropriate al suo status di primadonna). Voce poco fonogenica: finché non la si ascolta dal vivo, difficilmente in disco (o su youtube) se ne coglie la potente, brunita, bellezza. Ma il fenomeno Netrebko è anche peculiare per la prorompente teatralità di cui è innervato: quando il soprano entra in scena, non si può distoglierle lo sguardo di dosso. È magnetica. Come una figura mitica. Pochi artisti possiedono queste qualità insieme: la bellezza della voce e la carica teatrale dell’interprete. Al suo fianco il Cavaradossi che più italiano non si può di Francesco Meli: tenore verdiano d’elezione, si avvicina a Puccini con l’ambrata e lucente qualità di un timbro baciato dagli dei, con la morbidezza di un canto sempre sul fiato, elegante, ricco di nuances e di smorzature ma che all’occorrenza sa essere vigoroso e virile. Straordinario interprete verdiano è anche Luca Salsi, da molti ritenuto “il” baritono per eccellenza di oggi: incisivo nel fraseggio e nella presenza scenica, dotato di voce ampia e sonora, di bellissimo colore, interprete intelligente e sottile. A plasmare musicalmente i tre protagonisti, la sapienza rigorosa di Chailly dal podio e la cangiante genialità del regista Davide Livermore, capace di essere provocatorio e carezzevole insieme, bravissimo nello stupire il pubblico, ma soprattutto nel costruire uno spettacolo che sia fedele allo spirito dell’opera senza per questo risultare stucchevole o stantio.

Intorno al 7 dicembre, il consueto circo mondano che avrebbe mandato in brodo di giuggiole il giovane D’Annunzio della “cronachetta delle pellicce”. Anziano, dal buen retiro del Vittoriale di Gardone Riviera, il Vate avrebbe poi detto che non andava volentieri alla Scala per non distrarre il pubblico e finire con “l’essere considerato il quinto atto dell’opera” (a suo modo, un genio!). Parole, queste del poeta, sulle quali dovrebbero meditare i tanti vip o simil vip nostrani: tronisti, principi senza macchia e senza soldi, starlette televisive, borghesucci piccoli piccoli et similia, che, mediamente digiuni di musica e di cultura, affollano il foyer del Teatro sperando in uno scatto fotografico o in una comparsata televisiva tra un atto e l’altro. Quanto basta per finire nella sezione “cafonal” di Dagospia.
Sembrano lontanissimi gli anni in cui le prime scaligere erano accompagnate da vistose proteste degli animalisti, ma in tempi di rinnovata sensibilità ecologista, non escludiamo che i giovani seguaci di Greta Thumberg possano far sentire la loro voce. Di certo, tra i ragazzi che hanno partecipato alla primina under30, molti indossavano pellicce (e non erano certo ecologiche…). O magari, causa il rigurgito dei sovranismi, a protestare davanti alla facciata del Piermarini potrebbero essere le sardine, contrarie alla messa in scena di un’opera italianissima, papalina e conservatrice. O ancora, ci si potrebbe imbattere in qualche corteo del movimento #metoo, date le violenze e le molestie a cui viene sottoposta l’unica donna dell’opera (che però non si lascia affatto soverchiare dal laido maschilismo di Scarpia).
Di sicuro, quella del 7 dicembre è una bella data per l’Italia tutta e per Milano in particolare, ormai nuovamente capitale morale di un Paese del quale è forse l’unica metropoli di respiro europeo. La presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella conferma il valore simbolico di un giorno che celebra insieme la storia e il genio dell’Italia e degli italiani. Che dire? Viva Puccini!

Photo credit: Brescia e Amisano / Teatro alla Scala

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