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Montserrat Caballé: quando il canto diventa poesia

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¿Qué es poesía? In maniera assolutamente peregrina, e tuttavia prepotente, questo verso di Gustavo Alfonso Bécquer mi è balzato in mente nell’apprendere la notizia della scomparsa di Montserrat Caballé. Poesia è, credo, un termine che bene si confà all’arte del grande soprano catalano, classe 1933, una delle voci eccelse della lirica e delle più significative interpreti di un repertorio vastissimo che spaziava da Vivaldi a Richard Strauss, ma che ha, forse, lasciato il segno più profondo nelle grandi pagine dei compositori neoclassici e romantici. Non è del resto un caso che, dopo gli esordi svizzeri e germanici (Die Zauberflöte, Salome, Manon di Massenet, ma anche Gluck con Ifigenia in Tauride e Dvořák con Armida), la Caballé si sia imposta all’attenzione internazionale con un titolo che divenne uno dei suoi cavalli di battaglia: Lucrezia Borgia di Donizetti in cui sostituì quasi all’ultimo, alla Carnegie Hall, Marylin Horne, la quale, negli anni successivi, le fu frequentemente a fianco sulle scene (Semiramide, Norma). Era il 1965 e da quell’anno in poi la sua fama si accrebbe con l’ampliarsi del suo repertorio che finì per includere Verdi (da Giovanna d’Arco alle opere della tarda maturità, Aida, Don Carlo, Otello, senza dimenticare la trilogia popolare), Wagner, Puccini, Cilea ma anche Cherubini (Demophoon, Medea), Pacini, Gounod.

Ebbe il dono di uno strumento prezioso per purezza di suono e che seppe coltivare con una tecnica superiore, in grado di consentirle pianissimi divenuti mitici e un controllo dei fiati assolutamente fuori del comune: resta nella storia la grande frase conclusiva di “Vissi d’arte” nella Tosca e l’acuto interminabile nell’ultimo atto di Don Carlo al Metropolitan, al fianco di Corelli, prolungato quasi oltre l’ultimo accordo dell’orchestra. Ma al suo nome si legano interpretazioni rese memorabili da un’intelligenza interpretativa e una sensibilità che le hanno permesso di eccellere anche in un genere apparentemente non suo, in un brano per il quale è diventata, giustamente, famosa al di fuori dei teatri d’opera e per il quale oggi, giorno della sua scomparsa, sembra essere, ingiustamente, maggiormente ricordata: “Barcelona” scritta e cantata con Freddie Mercury, uscita come singolo il 26 ottobre del 1987 e divenuta nel 1992 inno delle Olimpiadi ospitate dalla Spagna. Una contaminazione all’epoca insolita: Mercury, che con i Queen per certi aspetti all’opera si era accostato con A Night at the Opera, e “la Superba” che si lasciò tentare dal genere pop rock, ben prima di operazioni simili compiute da altri colleghi e divenute successivamente più celebri.

“La Superba” appunto, come i fan l’acclamavano, con appellativo che rimanda sin dalla radice latina a qualcosa di più alto che travalica il piano del nostro orizzonte. Ma se volessimo riassumere in una parola il ruolo rivestito da Montserrat Caballé, le sue qualità e i suoi difetti, ai quali non fu, come tutti i grandi, immune, perché grandezza non è perfezione (le furono ad esempio rimproverate paradossalmente alcune forzature veriste), forse dovremmo tornare al termine poesia e al verso di Bécquer. Non perché l’arte necessiti di una definizione, ma per offrire la cifra di quella che credo fosse la chiave di lettura della Caballé nell’accostarsi alla musica che interpretava. Penso, ad esempio, a Norma o alla grande scena del quarto atto di Trovatore, in cui la sua voce cristallina e il fraseggio limpido e soffuso colgono le atmosfere di notturno, divenendo preghiera, atmosfera, suggestione di paesaggio. Il suo canto, nei momenti migliori, incarna l’essenza della poesia, intesa anche dal punto di vista formale; ha, cioè, l’intensità pura e controllata che riconosciamo, implicitamente, a questo genere letterario, contrapposto al grande pathos della tragedia. In questo senso il suo canto può essere inteso come il contraltare di quello di un’altra grande che l’ha preceduta: Maria Callas.
¿Qué es poesía (….) Y tú me lo preguntas? Poesía… eres tú.

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