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La Fenice riscopre Zenobia, una rarità di Albinoni

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La storia è stata particolarmente beffarda con Tomaso Albinoni (1671-1751). Oggi il compositore veneziano è comunemente noto al grande pubblico per il celebre Adagio (che, in realtà, non è opera sua) e come autore di musica strumentale, ma è stato un operista di una certa importanza, con almeno cinquanta opere a lui attribuite. La maggior parte è andata perduta nel corso della seconda guerra mondiale, dopo il bombardamento della Sächsische Landesbibliothek di Dresda: una grande ferita per la storia della musica. Sono sopravvissute alcune arie sparse e poche partiture complete, tra cui alcuni intermezzi comici e le opere serie Radamisto, Statira e Zenobia, regina de’ Palmireni.
Proprio quest’ultima è stata scelta dalla direzione del Teatro la Fenice per la rassegna “Opera Giovani”. Le rappresentazioni al Teatro Malibran (quelle del 22 e 23 febbraio destinate ai giovani; quella del 24 aperta a tutto il pubblico) verranno dirette da Francesco Erle, appassionato ricostruttore di partiture antiche, mentre la regia sarà affidata a Francesco Bellotto e le scene a Massimo Checchetto. Il cast sarà composto da una squadra di giovani cantanti accompagnati dall’Orchestra barocca del Conservatorio “Benedetto Marcello” di Venezia, che utilizzerà strumenti d’epoca.

Zenobia è stato il primo lavoro teatrale composto da un Albinoni ventitreenne. La prima rappresentazione ha avuto luogo il 13 novembre 1694 presso il Teatro dei Santi Giovanni e Paolo, allora uno dei più importanti della città, e le repliche sono proseguite per diverse settimane. In un’epoca in cui difficilmente le opere sopravvivevano a una stagione, il primo lavoro del giovanissimo Albinoni deve aver colpito particolarmente il pubblico: nel 1717 l’opera sarà rappresentata nuovamente con un altro titolo.
Il libretto di Antonio Marchi è quanto di più lontano dalle simmetrie del teatro riformato di Zeno e Metastasio. La vicenda è estremamente complessa e, nonostante i limiti estetici del libretto, ha una certa efficacia dal punto di vista teatrale: del resto, l’opera barocca è una macchina che si basa sul contrasto, inanellando di scena in scena momenti comici, patetici e drammatici in stretta successione.
Zenobia è la regina di Palmira, antica città in Siria, che, nel corso del III secolo d.C., riesce a rendere autonome dal potere di Roma le provincie più ricche dell’impero romano (quelle mediorientali). Dopo lunghi combattimenti e un assedio, la città si arrenderà all’imperatore Aureliano.
Nel dramma di Marchi, Zenobia è un esempio di valore e di dignità umana, mentre, attorno a lei, si muovono numerosi personaggi in un complesso gioco di innamoramenti e di odi intestini. Al polo opposto, svetta la figura dell’antagonista, l’imperatore Aureliano, che nel corso del dramma subisce una profonda mutazione da donnaiolo incostante e senza scrupoli a sovrano clemente. Fanno da sfondo l’assedio e la caduta di Palmira: la città viene risparmiata da Aureliano, suggellando così la pacificazione tra Oriente e Occidente.

Il regista Francesco Bellotto sottolinea il valore storico-culturale della partitura di Albinoni. L’opera potrebbe nascondere, secondo lui, una vera e propria celebrazione del ruolo politico di Venezia in Oriente e, in particolare, dell’azione del doge Morosini, morto proprio agli inizi del 1694. Morosini era stato il protagonista di fortunatissime campagne militari nell’area del Peloponneso, che avevano portato alla conquista di parte della Grecia da parte dei veneziani. Zenobia esalterebbe, dunque, il tradizionale ruolo di trait d’union culturale che Venezia ha avuto verso le regioni orientali del Mediterraneo.
Uno stimolo che è stato raccolto da Francesco Erle soprattutto per quanto riguarda l’aspetto della strumentazione. Accanto all’organico standard previsto da Albinoni (archi, continuo e tromba), sono stati aggiunti alcuni strumenti di origine greca e orientale corrispondenti a quelli conservati nei depositi del Museo Correr: non è un caso che siano il bottino di guerra delle imprese di Morosini nelle terre di Oltremare. L’intenzione di Erle e Bellotto è di offrire allo spettatore una ricostruzione sonora dei tre mondi che si incontrano a Palmira: quello latino-occidentale, quello greco e quello mediorientale.
Dal punto di vista musicale, Bellotto sottolinea il valore della partitura: del resto, basta ascoltare la Sinfonia (esiste una registrazione de “Il concerto de’ Cavalieri”) per rendersi conto di aver a che fare con un compositore già maturo e pronto per la prova del teatro. L’opera non risente della successiva sistemazione formale condotta dalla Scuola napoletana e da Antonio Vivaldi in area veneta: le arie sono brevi e il recitativo è uno strumento flessibile, che alterna momenti dialogici ad ariosi irregolari. L’efficacia della musica scritta da Albinoni, unita alla minuziosa ricerca sonora condotta da Erle, soprattutto nel terreno del recitativo, potrà darci grandi sorprese.

Un’ultima curiosità. La rappresentazione al Malibran non è la prima in tempi moderni. Il 7 ottobre 2008 a Damasco, in Siria, Zenobia regina de’ Palmireni è stata rappresentata al teatro dell’Opera della città con interpreti e musicisti locali. Al di là del modesto esito artistico, l’esecuzione di Damasco ha acquistato una connotazione quasi sinistra: per un beffardo caso del destino, la città di Palmira e il suo sito archeologico hanno conosciuto pesanti distruzioni pochi anni dopo per mano delle milizie islamiche.
L’intuizione di Bellotto ed Erle è corretta: quest’opera sospesa tra Oriente e Occidente ha probabilmente ancora molto da dirci.

Ulteriori informazioni: Teatro La Fenice

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