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I capricci della virtuosa Bastardina

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Volitiva e capricciosa, “non bella ma neanche brutta” come commentarono durante il loro primo viaggio in Italia Leopold e Wolfgang Amadeus Mozart, ma dalla voce impareggiabile per timbro e purezza d’intonazione, per le fioriture funamboliche e un’estensione impressionante, in grado di volare nell’arco di tre ottave e mezzo fin oltre il sol sovracuto e di arrivare a toccare il successivo Do6. Quindi scendendo, con analoga disinvoltura, dritta giù al grave, suscitando tanto entusiasmo quanto stupore nei maggiori teatri d’opera seria del secondo Settecento. A notare l’eccezionalità canora del soprano ferrarese Lucrezia Agujari (Ferrara, 1743/46 – Parma, 1783) passata alla storia come “Bastardina” o “Bastardella” perché raccolta appena nata da un macellaio che ne udì il vagito tra i rifiuti, dove intanto un cane o un maiale ne avevano roso il piede rendendola per sempre zoppa – furono in tanti. E fra questi, oltre il Burney nel 1775 a Londra, anche i Mozart padre e figlio che, dopo averla incontrata a pranzo e ascoltata in tre arie nella sua casa di Parma, riportarono in una celebre lettera scritta il 24 marzo 1770 da Leopold e con tanto di esempi in calce trascritti da Wolfgang, come fosse difficile credere “che riuscisse a cantare il do sopra acuto” e come “soltanto le orecchie” li avessero convinti avendo, “oltre a ciò pure una buona voce di contralto che scende fino al sol”.

Di lei, “straordinariamente celeberrima e unica per l’abilità di un canto quasi angelico” stando a quanto inciso a cornice intorno al ritratto di autore anonimo che il Conservatorio di Parma a oggi custodisce, si è parlato in parallelo ad alcune fra le più significative interpreti del repertorio d’opera sia serio che buffo del Settecento, alla luce dei carteggi, di nuovi documenti e di mirati approfondimenti analitici in partitura nel corso del Convegno Internazionale di StudiCanterine e virtuose sulle scene teatrali del XVIII secolo” organizzato a Reggio Calabria dal Conservatorio “Francesco Cilea”, attualmente diretto da Maria Grande con la presidenza di Cettina Nicolosi, presso il Palazzo della Provincia ed entro il solco di un’importantissima attività musicologica ormai ventennale curata dai professori Gaetano Pitarrersi e Nicolò Maccavino.
Al tavolo della due-giorni di serrato confronto scientifico, Daniel Brandeburg ha illustrato dettagli e coordinate dell’imponente progetto europeo di ricerca ed edizione triennale da lui svolto sull’epistolario (250 lettere) di Marianne Pirker, grande interprete tedesca a seguire osservata attraverso la produzione di Jommelli nel rigoroso studio del professore Pitarresi mentre, a seguire, Francesca Menchelli-Buttini ha analizzato la figura e il canto di Vittoria Tesi negli anni di Vienna, Giovanni Andrea Sechi ha riportato importanti dettagli inediti da fonti notarili d’archivio relativamente alla mitica Francesca Cuzzoni mentre Ottavio Tenerani, sulla base della propria esperienza di strumentista e direttore dell’ensemble Il Rossignolo, ha affrontato questioni inerenti alla prassi esecutiva del repertorio in epoca pre-romantica. E ancora, attraversando i binari della Commedia Improvvisa, del buffo e del serio, tanti i nuovi materiali emersi dagli studi di Eric Boaro su Rosa Costa, di Giovanni Polin su Maria Angiola Paganini, di Carola Bebermeier su Celeste Coltellini, di Mariacarla De Giorgi su Nancy Storace e, fra gli altri contributi, anche notizie di primissima mano saltate fuori da processi giuridici (Francesca Seller), dalle fonti poetiche (Giulia Giovani), dagli ambienti degli ambasciatori romani (Teresa Chirico) o dagli inventari d’ambito comico partenopeo (Paologiovanni Maione). E, a corredo in due diversi momenti del primo giorno di lavori, meritano di essere citati anche i notevolissimi cammei musicali affidati agli allievi del “Cilea” con gli Intermezzi del Pimpinone di Albinoni (brava sia la Vespetta di Raffaella Marrazzo che Renato Nicolò nel ruolo del titolo accanto all’ensemble di archi guidato al cembalo da Milo Longo, quindi nel concerto serale dedicato a pagine del repertorio vocale e strumentale settecentesco, è d’obbligo lodare il bel talento del soprano Tabita Romano per Händel accanto al violinista Sergio Fulvio Tommasini, alla flautista Fabiola Fucà e al clavicembalista Vincenzo Luca Moro.

Quanto all’Agujari nello specifico, accanto alla disamina compiuta da Nicolò Maccavino sulle coordinate storico-stilistiche e su alcuni luoghi della scrittura in pentagramma per lei appositamente composti e aggiustati probabilmente anche su richiesta dell’inseparabile compagno di vita e di arte Giuseppe Colla (esilarante la caricatura fattane da Francesco Bartolozzi negli anni londinesi, quindi conservata al British Museum), chi scrive ha riportato alla luce la complessa trattativa condotta per corrispondenza dai Reali siti di Caserta, Portici e Persano dal ministro del Regno di Napoli, Bernardo Tanucci, al fine di ottenere l’ingaggio dell’eccezionale virtuosa tramite gli scambi epistolari con il Ministro del Duca di Parma, Guillaume du Tillot, il Marchese Guido Bentivoglio d’Aragona da Ferrara e del Conte Zambeccari, esponente dell’alta nobiltà bolognese con chiara funzione di agente della Agujari. Il tutto, attraverso cinquanta occorrenze epistolari ritenute perdute, i documenti di banco, le due lettere autografe accanto alla scrittura parimenti inedita e firmata dalla stessa Bastardina. Trattativa complessa ma soprattutto costosissima, intercorsa dal mese di gennaio al giugno 1768 con una Corte di Napoli intenta ad assicurarne al Re e al pubblico la presenza in qualità di prima donna per la Festa Teatrale di Paisiello sulle Nozze di Peleo e Tetide, composta e rappresentata per quattro sere (il 25 e 30 maggio, il 4 e 5 giugno di quell’anno) in occasione del Matrimonio del re Ferdinando IV di Borbone con l’arciduchessa d’Austria Maria Carolina.
In sintesi, la Agujari chiede e ottiene l’esorbitante compenso di mille zecchini fiorentini, ossia 2600 ducati napoletani contro i 600 pagati sia al castrato Luca Fabris (primo uomo, nel ruolo di Peleo) che al sopranista Giovanni Toschi (Giasone), e a fronte dei 900 per il celebre tenore Anton Raff (Giove). Inoltre: il rimborso delle spese per il viaggio di andata e ritorno da Parma in carrozza per quattro persone, nonché la pretesa per il suo soggiorno partenopeo di un comodo alloggio ammobiliato che, come dalla polizza attestante il pagamento, le venne effettivamente messo a disposizione a poca distanza dal Palazzo Reale e dal Teatro San Carlo, in zona San Giacomo, a partire dal giorno 26 marzo e fino al mese di giungo di quell’anno 1768. A questo si aggiungono ancora quattro documenti sul soggiorno partenopeo della “Bastardina”: il primo riguarda il vitto e l’alloggio per la cantante ma di soli tre giorni, probabilmente corrispondente a una prima sistemazione provvisoria, attestato dal pagamento di 10 ducati al locandiere Stefano di Rosa, mentre 8 ducati andarono al cembalaro Antonio Mucciardi «per l’importo dell’affitto d’un cembalo somministrato alla cantante Lucrezia Agujari detta La Bastardina, come ancora per l’assistenza, accordatura, e portatura di detto cembalo, il tutto per lo spazio di mesi tre giusta la di lui nota da loro sottoscritta». Il terzo riguarda quindi il carrozziere Andrea Molle, pagato 19 ducati «per l’importo de varj viaggi di carrozze serviti per comodo della Cantante Lucrezia Aguiari detta la Bastardina per portarsi ne Concerti e nelle Reali Serenate» e infine, il quarto, è particolarmente utile per comprendere le esigenze della virtuosa riportando il pagamento di 6 ducati al costumista Giuseppe de Dominicis «per sue fatiche in aver travagliato per più giorni nell’abito della cantante detta la Bastardina e per sue assistenze in aver vestita la suddetta cantante nelle serenate in cui si è rappresentata la Real Serenata». Quanto alle lettere, per comprendere le ambiziose quanto ostinate “pretenzioni” della virtuosa, basta giusto anticipare un breve passaggio da quanto da lei scritto e firmato in data 29 gennaio 1768: […] hò fatto scrivere a quella Real direzzione le pretenzioni mie, giacché me le chiedevano, ed hò domandati gli viaggi pagati, per andare, e ritornare, in Posta per quattro Persone, e la cibaria durante il solo viaggio. Hò domandato un buon alloggio mobigliato dell’occorrente, e mille gigliati per onorario non essendo strano, che in tale sollene [recte: solenne] occasione di grandezze, e di giubbilo io pure debbo approffittare”. L’ordine della Casa Reale di liquidare in fretta alla prima donna il denaro rimanente parte già all’indomani dell’ultima sua recita nella Serenata di Paisiello. E da quel giorno, certamente non per caso, Lucrezia Agujari non avrebbe mai più cantato sulle scene teatrali di Napoli.

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