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Arturo Toscanini, ritratto di un uom fatale

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Arturo Toscanini divise la sua attività principalmente tra Milano e New York e ora l’Italia e gli Stati Uniti si spartiscono alcune delle celebrazioni più importanti per i 150 anni dalla nascita (25 marzo 1867) e i 60 anni dalla morte (16 gennaio 1957) del grande maestro parmense. Pubblicazioni, mostre e concerti per ricordare chi non solo rivoluzionò la direzione d’orchestra del suo tempo – facendo propri quegli insegnamenti wagneriani che influenzarono anche Mahler – ma determinò il gusto e la fruizione musicale delle generazioni che sarebbero seguite alla sua. Da un lato, il rigoroso approccio esecutivo, il rispetto della partitura, nessun arbitrio concesso ai cantanti, la cura del dettaglio, le prove accurate e la puntuale concertazione; dall’altro, il rispetto preteso dal pubblico, con la sala immersa nell’oscurità, l’orchestra – nell’opera – calata nel golfo mistico, il silenzio quale condizione indispensabile per l’ascolto, nessuna interruzione per i bis, nessun ritardatario ammesso in sala. Il momento esecutivo, dunque, come celebrazione di un rito laico.

La sua non fu mai una lettura pedissequa del testo. Correzioni e segni sulle partiture e sui materiali orchestrali utilizzati testimoniano la fede incondizionata nell’intervento irrinunciabile dell’interprete, medium tra compositore e pubblico. Sapeva bilanciare sapientemente tradizione italiana, repertorio tedesco e novità internazionali. “Uom fatale” avrebbe potuto definirlo Manzoni, mandato dal fato perché non solo lasciò un segno profondo nell’arte della direzione d’orchestra, ma anche per la sua dimensione civile e morale, disposto a pagare di persona la propria fede democratica, ereditata dal padre garibaldino. Lasciò il proprio paese per condurre contro il fascismo una battaglia dall’estero ancor più dura e pesante; tornò in Italia per votare contro i Savoia, impegnandosi in prima persona per la ricostruzione della Scala dopo la guerra e rifiutando la carica di senatore a vita per mantenere incontaminato il suo profilo di musicista puro.

Toscanini giganteggiava davanti all’orchestra, ma la sua era una figura esile e minuta. Aveva un gesto sobrio: utilizzava prevalentemente la mano destra, con un movimento laterale che richiamava la cavata di violoncello, il suo strumento; la mano sinistra, spesso, non si muoveva. Il suo debutto era avvenuto praticamente per caso a Rio de Janeiro nel 1886, quando aveva 19 anni. Tornato in Italia suonò come violoncellista nella prima scaligera dell’Otello di Verdi, tuttavia era il podio ad attrarlo. Nel 1892 diresse la prima dei Pagliacci di Leoncavallo, nel 1895 la prima italiana del Crepuscolo degli dei di Wagner e nel 1896 la prima di Bohème di Puccini. E più tardi terrà ancora le prime italiane di Salome di Strauss e di Pelléas e Mélisande di Debussy, solo per citare alcuni titoli. Fu il primo di scuola non tedesca a dirigere a Bayreuth e fu anche a Salisburgo per poi abbandonare entrambi i festival per motivi politici. Fu un idolo per il pubblico americano.
Di lui si ricordano anche le scenate furibonde con le orchestre e il fascino seduttivo che esercitava sulle donne, soprattutto cantanti. Nel privato era invece mite e amorevole con figli e i nipoti, incline alla sottile battuta di spirito, amante della letteratura e di ogni aspetto della cultura, anche se la difficoltà con la lingua inglese, mai del tutto superata, non gli consentì negli anni americani di poter sostenere facilmente conversazioni impegnate. Purtroppo, le qualità che imposero Toscanini nel mondo sono solo parzialmente apprezzabili nel suo lascito discografico. Iniziò la collaborazione con la Nbc quando aveva compiuto settant’anni e molte registrazioni furono realizzate che aveva già passato gli ottanta. La selezione e il montaggio di quei materiali risentono, inoltre, degli interventi del figlio Walter. Precaria è anche la qualità di altre registrazioni radiofoniche europee.

Al repertorio sinfonico d’oltralpe approdò senza alcun condizionamento interpretativo, in modo del tutto originale. Ed è proprio per questo che nei classici viennesi l’orchestra appare di assoluta trasparenza: affiorano con nitidezza gli intrecci strumentali, l’articolazione del fraseggio; si sprigiona una travolgente e propulsiva energia vitalistica. Il suono è tendenzialmente più chiaro di quello della tradizione austro-tedesca, ma nel rapporto tra tempo e colore orchestrale anticipa di fatto molte scelte di direttori-filologi contemporanei, comprese quelle dell’ultimo Claudio Abbado.
Nel repertorio operistico – anche se le scelte dei cantanti nelle tarde registrazioni non appaiono sempre adeguate – Toscanini riconduce tutto a una visione globale, affidata alle mani del direttore d’orchestra. Un teatro musicale basato su ampi archi narrativi e non sulla successione di brevi momenti. Le sue letture sono unitarie, tutto è guidato e procede verso una direzione ben definita, senza soluzione di continuità. E in questo senso Riccardo Muti è certamente l’erede più stretto del maestro di Parma.

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