Addio ad Alberto Zedda, il Generale di Rossini

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Alberto Zedda è scomparso a Pesaro, a poca distanza dalla casa del compositore prediletto, Gioachino Rossini. Direttore d’orchestra e musicologo, era nato a Milano il 2 gennaio 1928. Aveva dunque da poco compiuto 89 anni e lo scorso febbraio avrebbe dovuto dirigere La Cenerentola a Pesaro, ma l’aggravarsi delle condizioni di salute gli ha impedito di salire ancora una volta sul podio. La sua lunga carriera era iniziata nel 1957 con la vittoria del concorso internazionale della Rai per direttori d’orchestra. Aveva avuto incarichi negli Stati Uniti, a Berlino, era stato direttore artistico del Teatro alla Scala e del Teatro Carlo Felice di Genova. Di fatto, però, la sua vita è stata consacrata al “Cigno di Pesaro”: con Philip Gossett e Bruno Cagli, Zedda è stato un protagonista di spicco della cosiddetta Rossini Renaissance, curatore di edizioni critiche e animatore del Rossini Opera Festival. Del Rof è stato per lungo tempo direttore artistico, nonché direttore dell’Accademia rossiniana che negli ultimi anni ha preparato al Belcanto decine e decine di voci. Determinante il suo contributo alla riscoperta del Rossini serio, ma decisivo anche il suo apporto a una rilettura del repertorio comico secondo criteri filologicamente aggiornati.

La sua onestà intellettuale non gli ha mai impedito di dichiarare che il primo annuncio di una rinascita rossiniana si dovesse a Maria Callas, non solo per la celebrata Armida, ma anche per Il barbiere di Siviglia. Secondo Zedda la Rosina della Callas, con grande anticipo sui tempi, era apparsa finalmente moderna, rispettosa dei valori musicali, ripulita da fraintendimenti e da eccessi comico-farseschi. Un Rossini giocoso e aristocratico, degno di essere affrontato con la “sacralità” con cui si esegue Mozart.
Sempre con estrema lealtà, Zedda riconosceva a Claudio Abbado il merito, pur servendosi del lavoro critico fatto da lui e dalla Fondazione Pesaro, di aver ottenuto sul piano dell’interpretazione risultati straordinari che superavano quelli di quasi tutti gli altri direttori. Per quanto riguarda le voci, Zedda era convinto che cantanti come Marilyn Horne o Samuel Ramey, protagonisti della grande stagione della Rossini Renaissance, non sarebbero più nati, ma con orgoglio rivendicava il fatto che grazie alla sua Accademia quel repertorio, destinato un tempo a pochi specialisti, ora contasse frotte di giovani preparatissimi, anche se non tutti fuoriclasse.

Zedda se n’è andato però con qualche cruccio. Delle trentanove opere fatte a Pesaro, molte sono ancora sconosciute al grande pubblico. Si pensi a Matilde di Shabran, per il direttore-musicologo un autentico capolavoro, oppure Maometto secondo, ugualmente poco rappresentata. Pure Ermione gode di scarsa attenzione, anche se Zedda era riuscito a farla girare un po’ di più. Una predilezione particolare il direttore-musicologo la riservava a Semiramide, considerata degna del rispetto che si porta al Don Giovanni di Mozart o al Falstaff di Verdi. La battaglia rossiniana rimane orfana di uno dei suoi più infaticabili generali, ma le solide radici che Zedda ha posto continueranno certamente ad alimentare ancora preziosi frutti.

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