Daniela Dessì. Un ricordo

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Daniela Dessì è strettamente legata ai miei ricordi adolescenziali, quando iniziai a girare l’Italia in lungo e in largo cercando di assistere al maggior numero di recite possibile. Il mio primo ricordo del soprano genovese risale al Concorso Maria Callas del 1980, uno dei pochi concorsi italiani che, fra l’altro trasmesso in diretta dalla RAI, poteva davvero lanciare la carriera di giovani cantanti di talento. La Dessì (il cui vero cognome – che compare nelle locandine delle sue primissime apparizioni – era in realtà Dessy, e che lei cambiò, come disse in alcune interviste, perché non pareva molto italiano) aveva all’epoca 23 anni e per quasi un decennio, la cantante – forse anche su consiglio del mentore Celletti – si dedicò al repertorio barocco, settecentesco, mozartiano, con alcune interessanti incursioni in Rossini. Ed è proprio in due opere rossiniane che ricordo di averla vista per la prima volta, nel 1982, in due ruoli buffi, caricati se vogliamo: Fulvia ne La pietra del paragone, suo debutto scaligero (anzi, alla Piccola Scala), e Berta ne Il barbiere di Siviglia al Festival della Valle d’Itria di Martina Franca; nella stessa estate la vidi in una Carmen a Pistoia in cui affrontava uno dei primi ruoli del grande repertorio, Micaela. In ogni caso, come già accennato, per la più parte degli anni ’80 la ricordo magnifica interprete di opere come L’incoronazione di Poppea, Adriano in Siria di Pergolesi, Les Danaïdes di Salieri, Le astuzie femminili di Cimarosa, Don Giovanni (Elvira), Così fan tutte, Mosè in Egitto, la storica ripresa torinese di Elisabetta, regina d’Inghilterra (in cui cantava Matilde a fianco della protagonista Lella Cuberli), Le convenienze ed inconvenienze teatrali, L’elisir d’amore e la prima (e unica, credo) ripresa in tempi moderni di Alina, regina di Golconda di Donizetti. Alla fine degli anni ’80 iniziò ad aggiungere ruoli da soprano lirico e lirico spinto, sicuramente trascinata dal suo innegabile temperamento drammatico; ricordo infatti un’intervista dell’epoca in cui, parafrasando, commentava che “sì certo, il repertorio barocco e mozartiano è importantissimo per la tecnica ed educa il gusto” ma faceva anche intendere che ormai si era stancata e intendeva proseguire per altre rotte. Ricordo le sue due “Margherite”, quella intensa, tragica del Mefistofele boitiano al Teatro Comunale di Firenze e quella, altrettanto commovente, disperata ma anche perfetta nelle agilità dell’“air des bijoux” del Faust.
Poi mi sono trasferito a New York e l’ho persa un po’ di vista, in quanto, purtroppo, il Met non è stato un teatro in grado di capire la sua grandezza e di valorizzarla. Al Met debuttò tardi, nel 1995, in un ruolo relativamente defilato come Nedda in Pagliacci, quando in Italia e in Europa i maggiori teatri facevano a gara per averla nei ruoli più prestigiosi da autentica primadonna del repertorio lirico e lirico-spinto: tante recite di Pagliacci dal ’95 al ’97, poi la partecipazione a un gala per la celebrazione dei trent’anni di carriera di Pavarotti al Met (evento cui il grande tenore la invitò personalmente), in cui la Dessì cantò il terzo atto de La Bohème, un altro gala “Millennium Celebration” nel 2000 in cui interpretò il secondo atto di Andrea Chénier a fianco di Placido Domingo (e la serata proseguì con il quarto atto di Carmen interpretato da José Carreras e il terzo atto di Turandot con Pavarotti). Poi una manciata di recite di Madama Butterfly nel 2002, due sole recite di Pagliacci nel 2004 (accettate probabilmente perché Fabio Armiliato cantava Turiddu nella prima parte della serata) e poi un inspiegabile silenzio fino alle tre recite della primavera del 2010 di Tosca che purtroppo non la videro nella sua forma migliore.

In questo ultimo quinquennio, ritornato in Italia, ho avuto modo di assistere e recensire numerose sue recite; accanto a una Turandot che, nonostante l’innegabile intento di “umanizzare” la gelida principessa, non era personaggio nelle sue corde, ci sono state esecuzioni raffinatissime di opere come Fedora, La Bohème, Madama Butterfly e Tosca (ruolo, quest’ultimo, che ha interpretato più di ogni altro nella sua lunghissima carriera) in cui si avvertiva sempre la sua formazione di stampo belcantistico, un’emissione perfettamente appoggiata sul fiato, con un suono che sovente dava l’impressione di “galleggiare”.

Vorrei concludere riportando per intero un estratto della mia recensione del mio ultimo incontro con Daniela Dessì, un concerto pucciniano al Teatro del Giglio di Lucca, in quanto riassuntivo della mia opinione dell’arte del grande soprano.

“Daniela Dessì: che cosa si può dire di nuovo di una cantante che calca ormai le scene da quasi trentacinque anni, e che è riuscita a rimanere al vertice per così tanto tempo? Alcune scelte di repertorio soprattutto nell’ultimo decennio sono state quantomeno azzardate, ma il fatto che non abbiamo lasciato ferite insanabili nella sua organizzazione vocale è ulteriore prova della bontà del suo metodo di canto. La Dessì è infatti una delle ultime depositarie di una tecnica vocale tutta fondata sul canto sul fiato; la voce, bellissima di natura in un registro centrale opulente e sensuale, fuoriesce galleggiando, morbida, amplificata da una messa “in maschera” da manuale, facendo sembrare il timbro da puro soprano lirico ben più ampio di quanto non sia in realtà. Lo strumento della Dessì non ha mai amato brusche e repentine ascese verso gli acuti, che hanno sempre palesato, anche nella prima parte della carriera, alcune screziature metalliche, che i suoi ammiratori hanno comunque imparato ad amare o quanto meno accettare in quanto parte integrante della sua vocalità”.

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