Canzonette e degrado liturgico: a Natale puoi…

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“A Natale puoi…fare quello che non puoi fare mai…”. Questo motivetto, nel quale tutti prima o poi ci siamo imbattuti, è stato composto dal cantautore Andrea Mingardi appositamente per lo spot del pandoro Bauli. In questo periodo ci aspetteremmo di sentirlo in tv, la sua destinazione naturale, ma il web ci riserva una inquietante sorpresa. Gira infatti da qualche giorno l’immagine di una raccolta di sedicenti “canti per la liturgia” che reca, tra questi, proprio il suddetto brano tra i “canti per Avvento-Natale”. Potrebbe dunque capitare di ritrovarsi la solennissima Messa della Notte di Natale introdotta dal coretto che intona “È Natale e a Natale si può fare di più, per noi…”.
Ora, la domanda sorge spontanea: come si è potuti giungere a tanto? Perché è evidente che questo non è che l’ultimo, in ordine di tempo, tra tanti fenomeni che denotano una crisi che parte da lontano. Sia poi chiara una cosa: chiunque conosca un po’ la storia della musica, ma non solo, dell’arte e della cultura occidentali sa benissimo che la Chiesa ha sempre esercitato un ruolo da protagonista. Molto a lei dobbiamo se siamo quel che siamo. Il problema, dunque, non riguarda solo i poveri cattolici, ma riguarda – e in qualche modo ci dice qualcosa su – tutti noi, credenti e non.

Cos’è successo, dunque, alla Chiesa? A una delle committenti più importanti e illuminate della buona musica? Per indagare a fondo sulle cause dovremmo star qui a scrivere un trattato. Per chi fosse meno addentro alla materia, propongo una sintesi, senza pretesa di compiutezza o esaustività.

Il canto sacro ha accompagnato i riti cattolici fin dagli albori, dapprima monodico, poi polifonico, fino alla fioritura rinascimentale che vede il suo esponente sommo in Giovanni Pierluigi da Palestrina. Sono gli anni del Concilio di Trento (1545-63), quando Papa Pio V codifica e unifica una volta per tutte il rito romano, producendo il Messale che, grossomodo, rimarrà in vigore fino agli anni sessanta del Novecento. Il rito di Pio V, la “messa in latino”, è un rito per certi versi opposto a quello di Paolo VI, in vigore dal 1969. Tutto in latino, molte parti sono sottovoce, con ampi spazi concessi alla musica, vocale o strumentale; il celebrante, coi fedeli, si rivolge a Oriente, suggerendo una dimensione maggiormente “verticale” dell’evento celebrato. La letteratura che scaturisce da questo venerando rito è impressionante. Attraverso i secoli, si accumulano pagine e pagine di musica, in gran parte inedite. Ogni cattedrale, ogni basilica, ogni santuario o collegiata, e anche qualche chiesa “minore” possiede una “cappella musicale”, vale a dire un gruppo di cantori e strumentisti guidati da un Maestro che è, per definizione, un compositore. Provate a immaginare quanta musica – non tutta eccelsa, si capisce – è stata prodotta in quattro secoli, che ricoprono le grandi ere del Rinascimento, Barocco, Classicismo, Romanticismo e Novecento.

Novecento che nella Chiesa si traduce nel cosiddetto “periodo ceciliano”. Infatti – e qui saremo più specifici, anche circoscrivendo la nostra disamina sulla situazione italiana visto che ormai la Nazione esisteva come entità politica – gli inizi del XX secolo sono un periodo fondamentale per capire anche la situazione attuale. L’Ottocento è stato un secolo bizzarro: in chiesa, durante la messa, era pressoché la norma poter udire quelle arie d’opera che il popolo non poteva permettersi di andare a sentire a teatro. Persino gli organi si adeguano e vengono dotati addirittura di strumenti a percussione. È Papa Pio X, unico pontefice a essere stato anche parroco, a stroncare questa tendenza e con il Motu Proprio Inter sollicitudines del 22 novembre (Santa Cecilia) 1903 detta norme ben precise per la musica sacra: via stilemi melodrammatici, ripresa del gregoriano e della polifonia classica, organo più essenziale e misurato sia nella fonica che nel suo utilizzo. Ovviamente l’Inter sollicitudines non nasce dal nulla, è punto di arrivo di un movimento che parte da lontano: il movimento liturgico che chiedeva una liturgia più accessibile al popolo, da un lato, e il movimento ceciliano che predicava una musica con certe caratteristiche che abbiamo viste riprese dal documento di Papa Sarto. Domina questo periodo la figura del tortonese Lorenzo Perosi, Maestro di Cappella dapprima a Venezia, poi alla Sistina.

Nei primi anni Sessanta arriva poi il Concilio Vaticano II, che con la Costituzione Sacrosanctum Concilium auspica una revisione del rito romano, per renderlo più comprensibile al popolo, pur raccomandando il mantenimento del latino, del gregoriano, dell’organo, della polifonia… E arriva infine il postconcilio, quell’era che viviamo tutt’oggi, che fa del Vaticano II una bandiera ideologica per imporre idee che il Concilio stesso non predicava. Infatti, il rito del 1969 va ben al di là degli intendimenti dei Padri conciliari. Soprattutto, pare avere una logica diversa rispetto a quello antico: ora il prete si rivolge direttamente ai fedeli (cosa che il Concilio non chiedeva), suggerendo una dimensione maggiormente “orizzontale” dell’evento celebrato. Spariscono di fatto il latino, i silenzi, ora c’è il microfono, il prete è al centro e parla direttamente all’assemblea, aggiungendo spesso e volentieri del suo rispetto a quanto prevederebbero le formule del Messale. La musica ha sempre meno spazio, sostituita dal profluvio di parole pronunciate dal celebrante. Come contraltare, l’assemblea dei fedeli, considerata quasi una categoria dello spirito, la quale deve assolutamente capire, intervenire, partecipare. La partecipazione più che interiore dev’essere esteriore, con canti, gesti, parole. Sia chiaro, non che chi scrive desideri un’assemblea muta e distaccata, però c’è da chiedersi quale prezzo siamo disposti a pagare purché questa partecipi a tutti i costi. A differenza degli altri due momenti analizzati sopra, il postconcilio manca di una figura carismatica a livello musicale che incarni lo spirito della riforma. Non c’è un Palestrina, non c’è un Perosi, non c’è nemmeno un Bach, o un Lutero, come nella Germania dello Scisma d’Occidente. Domenico Bartolucci, successore di Perosi e direttore della Sistina fino al 1997, non seppe – meglio: non volle – collaborare e continuò a comporre soprattutto in latino e secondo logiche più vicine alla sensibilità del rito antico. D’altronde, come poteva qualcuno pretendere di divenire paradigmatico per la Chiesa universale, quando questa universalità veniva in qualche modo inficiata dalla pluralità di lingue in cui ormai si era diviso il rito romano? Il direttore della Sistina scrive per il Papa, in latino, ma nel resto del mondo?

Nel frattempo, questi due fattori (ideologica ricerca della partecipazione del popolo, mutamento del rito) hanno portato alla decadenza pressoché generale delle cappelle musicali nelle grandi chiese e delle scholae cantorum nelle parrocchie. Spazio agli “animatori dell’assemblea” che dal microfono tentano di dirigere le masse cantanti, spazio alle chitarre e ai coretti improvvisati dai giovani che sono un po’ l’ossessione dei preti. Se parlate con le persone al panificio e chiedete loro cosa ne pensano del parroco, ormai la discriminante è quella: “è bravo, coinvolge i giovani” o “non è bravo, trascura i giovani”. Così facendo accettano qualsiasi cosa possa tenere in chiesa i giovani, anche il Padre Nostro cantato sulla musica di “The Sound of Silence”, dal Laureato. Curioso vedere poi come in molti casi in questi coretti cantino le stesse persone da trent’anni, che ormai di giovane hanno solo lo spirito.

In alcuni casi, rarissimi, permangono cappelle musicali, come la Marciana a Venezia, che continuano a proporre il repertorio storico. Purtroppo, quasi esclusivamente storico. C’è da chiedersi: è questo un vero servizio alla liturgia? Oppure è un servizio solo alla musica, o alla tradizione? Più precisamente, certi repertori sono parimenti adatti alla liturgia riformata? Oppure vengono eseguiti in quanto “musica elevata”, parte della tradizione, a prescindere dal fatto che il rito nel frattempo è cambiato? Dov’è finita la vocazione delle cappelle musicali come centro di produzione di nuova musica sacra? Diceva Gustav Mahler: “La tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri”.

Concludendo un discorso troppo lungo ma al tempo stesso troppo breve e in alcuni tratti sbrigativo e sommario, la situazione di crisi è evidente, drammatica ma allo stesso tempo difficilmente inquadrabile in modo unitario: non c’è un’unica causa, non c’è un’unica soluzione. Molteplici sono le domande: oggi, la liturgia ha ancora bisogno di musica nobile, oppure necessita solo di musica d’uso? Se siamo per la prima opzione, è possibile eseguire ancora quella concepita per un rito diverso? È opportuno comporre nuovi brani? Se sì, secondo che stilemi? Chi deve occuparsi di questo?

Provo a rispondere: la Messa è il rinnovamento del Sacrificio di Cristo. Un mistero grande, di amore incondizionato. L’uomo non può svilire il rito che lo rinnova. Sarebbe una bestemmia. Deve, invece, servirsi dell’arte per renderlo nobile e bello. A mio modesto avviso, il rito andrebbe in parte rivisto: andrebbe ripreso il latino per “ri-universalizzare” la Messa, andrebbero ripresi riti e silenzi che tra l’altro tornerebbero a sposarsi meglio anche con certa letteratura. In assenza di ciò, credo comunque che più di qualche messa e qualche mottetto antichi possano essere ancor oggi un’ottima soluzione, sebbene debbano essere inseriti in un diverso contesto, rispetto a tante canzonette. Ovviamente si deve far attenzione alle parti dedicate all’assemblea la quale, comunque, non deve cantare sempre. Bisogna recuperare la figura del Maestro di Cappella, musicista professionista e compositore, in grado di produrre nuova musica sacra, di cui abbiamo tanto bisogno. È inutile istituire commissioni, scrivere documenti, promuovere iniziative a livello nazionale o addirittura universale se poi non ci sono musicisti in grado di recepire, portare avanti e sviluppare eventuali direttive. Si punti piuttosto ad avere una folta schiera di professionisti che propongano nuove soluzioni, nuove composizioni, sarà poi la storia a selezionare quelle più riuscite. Infine, mi si consenta, si tengano il più possibile fuori i preti da queste questioni. Pensino piuttosto a cantare la messa, cosa che non fa più quasi nessuno, e lascino ai laici quei compiti che possono assolvere e per i quali magari hanno sacrificato una vita di studio.

Immagine di copertina: Giovanni Pierluigi da Palestrina con chitarra

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