Torre del Lago, Festival Puccini 2016 – Turandot

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Confesso di esser rimasto leggermente deluso quando il Festival Puccini ha annunciato il precoce pensionamento dell’allestimento di Turandot a cura di Angelo Bertini, inaugurato nel 2014, riproposto lo scorso anno e da me intensamente amato, scegliendo di rispolverare la comunque gloriosa e e bellissima produzione precedente basata sulle scene di Ezio Frigerio. Originariamente curata da Maurizio Scaparro, viene adesso affidata a Enrico Stinchelli, il quale pare privilegiare l’aspetto intimo della storia: il tema del sogno d’amore diviene il punto focale della fiaba, largamente depurata da componenti esteriori e spettacolari. Sia la regia che (come vedremo) la direzione d’orchestra si concentrano sul dramma personale dei personaggi principali, relegando in qualche misura sullo sfondo i destini collettivi e gli affreschi corali, riuscendo comunque a ricreare la notturna città inquieta che non conosce riposo, descritta con tanta magia da Puccini. Stinchelli non si è limitato a replicare la regia originaria, ma ha apportato molte modifiche, alcune delle quali appartenenti al proprio bagaglio artistico, come l’uso suggestive di luci e lampade che parevano muoversi da sole per il palcoscenico: in generale era proprio il gioco di luci escogitato da Stinchelli la maggiore novità di questa rivisitazione, oltre ad altri dettagli, solo all’apparenza non troppo degni di nota, come quello di far apparire in scena nel secondo atto l’Imperatore in basso e la Principessa in alto, dove rimarrà a lungo, per scendere solo dopo il bacio del terzo atto. Altro particolare riuscito è stato quello di mostrare una Liù sottoposta a vera tortura, quando in genere vediamo qualche soldato imperiale limitarsi a torcerle un braccio.

Le scene di Ezio Frigerio sono il punto di forza dell’allestimento: semplici e funzionali, ma anche eleganti, tradizionali nel miglior senso del termine. Lo sfondo del primo atto è un enorme muro con alte colonne sulla cui cima stanno dei tripodi, un’unione felice fra il “barbaro” e il liberty, in piena corrispondenza con l’anima della partitura. Gli altri due atti sono dominati da una monumentale pagoda che ricorda il Palazzo d’Estate di Pechino e che ha come punto focale una bellissima vetrata policroma e opalescente che richiama alla memoria lo stile liberty. Notevolissima è la cura dei dettagli e dei materiali che riescono comunque ad evitare di scadere nella “cineserìa” kitsch che spesso asfissia quest’opera. Anche i sofisticati costumi di Franca Squarciapino evitano la trappola del facile esotismo: copricapi fantasiosi, maschere arcaiche e zoomorfe, broccati argentei e dorati sono parte integrante della magia di quest’allestimento. 

Positiva la prova di Jacopo Sipari di Pescasseroli, direttore ospite principale del Festival Puccini. Forse anche perché le sue esperienze operistiche sono ancora tutto sommato limitate, Sipari pare preferire un approccio sinfonico all’opera, che trae beneficio dal suo gesto chiaro e preciso e che si traduce in un suono nitido altrettanto preciso, senza trasformarsi in mero esercizio calligrafico. Senza nulla togliere al suono selvaggio quasi brutale impartito ai momenti più febbricitanti, il momento più suggestivo dell’opera si è avuto nell’atmosfera sognante e cantilenante con cui ha rivestito la scena delle tre maschere all’inizio del secondo atto. Il saper amalgamare con naturalezza un rispetto scrupoloso dei dettagli orchestrali con una viva attenzione a quel che accade in palcoscenico è segno sicuro di competenza direttoriale. La grande sorpresa della serata è stata il soprano sloveno Rebeka Lokar, in possesso di un’autentica voce da soprano spinto, robusto e caldo, che le ha permesso di affrontare e conquistare il temibile ruolo della protagonista, dispiegando autentiche spavalde sciabolate in acuto, fiati lunghi e belle mezzevoci (“Figlio del cielo” cantato tutto con una legatissima mezzavoce), e un notevole volume: tener testa e non farsi sopraffare da Rudy Park nel Do all’unisono alla fine di “In questa reggia” non è impresa da poco. Ho apprezzato la sua scelta, già adottata da altre interpreti ma non affatto scontata, di non presentare la principessa come una ringhiosa virago, impenetrabile come una fortezza. La Lokar pareva aver un’idea precisa del personaggio, quello di una giovane ricca e viziata che si diverte a umiliare e ridicolizzare gli altri, e il terrore di perder la partita con Calaf si faceva sempre più visibile senza scadere in istrionismi da attrice del cinema muto. Rudy Park ha offerto il suo ormai notissimo Calaf, suo cavallo di battaglia, senza vistosi cambiamenti, se non una dizione italiana migliore e un’imitazione di Corelli fortunatamente meno marcata. La voce è enorme, potente, assecondata da una tecnica di buona scuola, adatta come poche altre ai grandi spazi all’aperto. Questa volta, contrariamente alle altre sue recite passate cui ho assistito, non ha tentato la puntatura al do acuto di “Ti voglio tutta ardente” e non ha bissato il “Nessun dorma” (decisione forse presa in anticipo in quanto il direttore non ha eseguito la versione “concertistica” dell’aria). Francesca Cappelletti è stata una Liù corretta e niente più; il timbro è molto chiaro, biancastro, con una tavolozza assai ristretta di colori, il peso vocale piuttosto modesto e le gradazioni dinamiche alquanto limitate: i piani non ‘galleggiavano’, non avevano la lievità richiesta. In ogni caso, inevitabilmente Liù ha ricevuto gli applausi più ferventi di tutto il cast. Ernesto Morillo, che sostituiva Marco Vinco, è stato un Timur tutto sommato anonimo, e non ha saputo comunicare il pathos e lo smarrimento del personaggio. Fra le parti secondarie si sono distinti Ugo Tarquini (Pang) e Tiziano Barontini, un Pong dai Si bemolli lunghi e pieni; non altrettanto convincente il Ping ruvido di Mauro Buda. Completavano il cast Claudio Ottino (Mandarino), Vladimir Reutov (ottimo Altoum), Alberto Petricca (il Principe di Persia) e Anna Paola Troiano e Donatella De Caro (le due ancelle).

Il finale adottato è quello di Alfano, massacrato dai soliti tagli, anche se questa volta per fortuna la scure di Pu-tin-pao non si è abbattuta su “Del primo pianto”, aria, fra l’altro mirabilmente eseguita dalla Lokar, assolutamente necessaria allo sviluppo psicologico del personaggio. Speriamo che prima o poi si riprenda la straordinaria idea di riproporre quattro diversi finali in cartellone lo scorso anno e poi implacabilmente cestinata dalla nuova amministrazione.

Gran Teatro Giacomo Puccini – 62° Festival Puccini 2016
TURANDOT
Dramma lirico in tre atti su libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni
Musica di Giacomo Puccini

La Principessa Turandot Rebeka Lokar
L’Imperatore Altoum Vladimir Reutov
Timur Ernesto Morillo
Il Principe ignoto (Calaf) Rudy Park
Liù Francesca Cappelletti
Ping Mauro Buda
Pang Ugo Tarquini
Pong Tiziano Barontini
Un Mandarino Claudio Ottino
Principe di Persia Alberto Petricca
I Ancella Anna Paola Troiano
II Ancella Donatella De Caro

Orchestra e Coro del Festival Puccini
Coro delle voci bianche del Festival Puccini diretto da Viviana Apicella
Direttore Jacopo Sipari di Pescasseroli
Regia e Luci Enrico Stinchelli
Scene Ezio Frigerio
Costumi Franca Squarciapino
Torre del Lago, 23 luglio 2016

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