Jacopo Sipari di Pescasseroli – L’intervista

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Come devo chiamarla: Maestro o Avvocato?

Mi chiami pure Jacopo.

La domanda è d’obbligo in quanto basta dare uno sguardo sia pur furtivo alla biografia del direttore d’orchestra Jacopo Sipari di Pescasseroli per rimanere quanto meno incuriositi dalla eterogeneità dei suoi interessi, dalla varietà dei risultati accademici raggiunti in diversi campi in poco più di trenta anni. È quindi un candidato ideale per un’intervista, che l’interessato ci ha cortesemente concesso alla vigilia del suo debutto al Festival Puccini di Torre del Lago.  Dopo aver conseguito la laurea specialistica in Giurisprudenza con il massimo dei voti a soli ventidue anni, Sipari diviene avvocato del Foro di Roma, assistente di Diritto Penale presso l’università di Roma Tre, e in seguito diviene dottorato in Diritto Canonico; è inoltre il più giovane avvocato del Tribunale Apostolico della Rota Romana. Parallelamente a quella legale, intraprende la carriera di direttore d’orchestra, su cui si concentra la nostra intervista.

Come ha fatto a conseguire tutto questo in poco più di trent’anni di vita?

Ho sempre improntato la mia vita sulla curiosità; ero il tipico bambino rompiscatole che sta sempre a fare domande su tutto. Questa curiosità mi ha portato a non pormi mai dei limiti. Ho sempre detestato dormire e ho quindi sempre avuto più tempo a disposizione per studiare. Devo anche ringraziare i miei genitori perché mi hanno sempre fatto apprezzare la bellezza che si nasconde dietro ad ogni cosa, la musica, la letteratura, la lingua latina, che poi mi ha permesso di arrivare all’avvocatura rotale. Ho pertanto vissuto la mia vita cercando di non perdere mai nemmeno un minuto. Ma a un certo punto la musica ha prevalso, e nulla è più forte della musica: che sia una bellissima donna o il ricordo di un posto meraviglioso o la voglia di andare in vacanza. La musica è qualcosa che ti condiziona la vita: da quando ti svegli la mattina il tuo animo vive le emozioni che ti dà la musica, emozioni e sensazioni che nulla nella vita ti potrà mai regalare. Ho provato una delle emozioni più forti della mia vita qui a Torre del Lago, quando ho visto questo enorme teatro e il Maestro Puccini che riposa a pochi metri di distanza. Sembrava che tutto quello che avevo sperato nella mia vita si fosse concretizzato.

In alcuni articoli che la riguardano lei viene descritto come l’inventore del “concerto-evento”. Può spiegarci che cosa intende con questa definizione?

L’origine di questa espressione deriva dal fatto che ogni volta che tengo un grande concerto in queste grandi cattedrali cerco sempre di trasformarli in un grande evento: in fin dei conti le persone che si avvicinano alla musica devono vivere un momento di sogno, è la funzione catartica di Aristotele. Ecco perché parlo di concerto-evento; quando una persona decide di andare a un concerto e quindi spende diverse ore della propria vita a prepararsi, recarsi sul luogo e tutto quello che ne consegue, ha il diritto di pensare di esser presente ad un evento per sé ma anche un evento per tutti. Questo è il senso che ho voluto dare al termine.

È stato nominato direttore principale ospite del Festival Puccini, il primo a rivestire questa carica dal 1931. Com’è avvenuto l’incontro con il Presidente della Fondazione, Alberto Veronesi?

Ero stato convocato nello studio del direttore generale Franco Moretti, e quando è entrato il Maestro Veronesi mi sono emozionato perché in fin dei conti mi trovavo di fronte a un direttore, fra l’altro appunto Presidente della Fondazione, che a trent’anni aveva già diretto ovunque. Veronesi riesce a mettere a suo agio qualsiasi persona perché ha una nobiltà d’animo, una profondità morale che consente di sciogliere subito quei momenti di tensione dettati dal rispetto. Quando sono arrivato ho trovato veramente una famiglia, dal direttore generale Moretti, al Consigliere Paolo Spadaccini, al Presidente Veronesi, che si sono straordinariamente dimostrati subito disponibili in tutto. Queste persone hanno creduto in me e hanno posto la loro fiducia in un ragazzo che viene dai monti, dato che sono nato in Abruzzo. Mi rendo conto dell’enorme responsabilità di mostrarmi degno della loro fiducia. Probabilmente questo è une dei maggiori meriti di questa Presidenza: credere in giovani come me.

La prima opera che ha diretto è stata Norma: che può dire di quella esperienza?

Norma è sempre stata recepita in modo strano, e questo mi ha colpito perché io ho sempre avuto un’ammirazione sconfinata per quest’opera. Bellini è un compositore che ritengo geniale, e mai avrei pensato che la mia prima opera sarebbe stata proprio Norma. Quando me l’hanno proposta ho avuto veri momenti di terrore, anche perché io provenivo dalla musica sacra e sinfonica. Ho iniziato a studiare come un disperato, a leggere quello che potevo e ad ascoltare tutte le incisioni che trovavo; più che studiavo più mi rendevo conto dell’enormità del progetto, ma in fin dei conti questa era la strada che avevo scelto. Devo moltissimo alla protagonista dell’opera, il soprano Chiara Taigi, con la quale ho un forte rapporto di amicizia anche perché abbiamo fatto molta musica sacra insieme. Chiara è una donna straordinaria perché ha un carisma unico; è capace di infonderti una forza incredibile e da lei ho imparato moltissimo; vorrei comunque ricordare anche il grande contributo di Piero Giuliacci, interprete di Pollione. Norma è stata il mio battesimo del fuoco.

Siamo qui nel tempio pucciniano, e ha diretto La Bohéme nella tournée del Festival Puccini in Nicaragua e adesso affronta Turandot: che rapporto ha con la musica di Puccini?

Io mi sono scoperto molto più pucciniano: sono abruzzese e noi abruzzesi abbiamo un bruttissimo vizio, quello di vivere le nostre emozioni in forma estremamente accentuata. Mi sono quindi avvicinato a Puccini cercando di trasmettere queste emozioni di “divina umanità”. Spiego il concetto: Puccini prende l’uomo e lo divinizza. L’amore non è solo amore, è qualcosa che travalica l’amore e porta alla morte con una naturalezza divina. In Bohème c’è quella bellissima frase “Sono andati…”, un 4/4 devastante nella sua semplicità. La musica di Puccini è un miracolo, colpisce al cuore delle persone: è la vita. Persino Turandot è il sogno di tutti noi: il ragazzino che si innamora della bella della classe, ossia il principe che desidera la principessa, siamo noi, è la speranza che ciascuno si porta nel cuore.

Immagino che questa nuova carica di direttore ospite principale occuperà gran parte del suo tempo: ci può parlare dei suoi impegni futuri, anche al di fuori del Festival?

Oltre alla musica classica mi occupo moltissimo di musica leggera. Ho collaborato con artisti straordinari come Anastasia, Amii Stewart, Ron, Ivana Spagna ed altri, e devo dire che è qualcosa da cui traggo un grandissimo beneficio, perché hanno un modo di vedere la musica molto interessante, e io cerco di coinvolgerli con grandi orchestre e cori. Ricordo che in un concerto per il Papa Ivana Spagna rimase quasi travolta dal suono che proveniva da dietro di lei, tanto è vero che si è subito spostata; dopo mi detto che in così tanti anni di carriera non era mai stata spostata dalla musica. A breve farò un concerto di beneficienza a favore del Bambin Gesù con due grandi cantanti italiane, e poi inizio una rassegna di eventi per la fine del Giubileo, una rassegna che ho creato io e che si chiama Sacrum, una serie di eventi appunto in tutte le cattedrali di Roma che prevedono l’esecuzione di musica sacra o sinfonica ogni volta diversa. Inizieremo con la Messa da Requiem di Verdi e concluderemo con la Nona Sinfonia di Beethoven.

E qual è la prossima opera che dirigerà?

Sarà in Cina in collaborazione ancora una volta con il Coro Lirico Siciliano, e si tratterà di Cavalleria rusticana e Pagliacci, due opere che ancora non ho studiato, ma con cui farò lo stesso lavoro di approfondimento meticoloso con cui mi sono avvicinato a Bohème e a Turandot. Ogni volte che affronto un’opera nuova inizio con un periodo di paura, di ansia, poi mentre la studio all’improvviso scatta il desiderio di eseguirla, e non vedo l’ora di arrivare alle recite, e questo è quello che mi rassicura moltissimo. Il corpo si è abituato a quelle sonorità e quindi mi sento pronto ad iniziare la prima prova: la responsabilità che si fonde con il desiderio e la bellezza. L’emozione più forte proviene da quei pochi secondi che passano fra il momento in cui in sala scende il silenzio e quello in cui do il via all’orchestra: il suono del silenzio, ancora più assordante dell’applauso. Io poi sono estremamente cattolico e ho articolato la mia vita in questo modo: la musica da una parte e la fede dall’altra, perché in fondo quando tutto viene meno solo la fede rimane, insieme alla musica. Il fatto che tutti questi compositori abbiamo scritto per la fede è indicativo: anche il “Te Deum” in Tosca oppure una piccola preghiera in un’opera ti fanno pensare che questi compositori, per quanto possano aver condotto una vita di ogni genere, alla fine si rapportano con qualcosa che è più grande: che sia Dio, che sia la musica, tutti rispondiamo a qualcosa di più grande, e forse è quello che ci fa avvicinare alla divinità.

Il sito ufficiale del Maestro Jacopo Sipari di Pescasseroli: http://www.jacoposiparidipescasseroli.it/

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