Firenze, Cortile di Palazzo Pitti – La traviata

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È ormai chiaro come la presentazione delle tre opere della stagione estiva dell’Opera di Firenze abbia una strategia alle spalle: offrire titoli popolarissimi in allestimenti giustamente dislocati dalle epoche indicate nei libretti, senza comunque stravolgere l’azione e le relazioni fra i personaggi. Ambientando un Elisir in un cortile rustico o una Traviata in una tradizionale ambientazione ottocentesca, essendo il budget tutto sommato limitato, come limitate sono le possibilità offerte da un piccolo palcoscenico all’aperto, si sarebbe corso il rischio di avvicinarsi troppo alle innumerevoli produzioni – quasi sempre “tradizionali” – allestite nelle piazze della provincia nelle calde sere d’estate: operazioni meritevolissime, per carità, spessissimo qualitativamente valide e fucina di giovani cantanti (e talora rifugio di nomi importanti a fine carriera), ma dall’Opera di Firenze ci si deve aspettare qualcosa in più.  Lasciando a parte Il Barbiere di Siviglia, una delle prime regie di Damiano Michieletto risalente a una decina d’anni, gli altri due nuovi allestimenti, quello a cura di Pier Francesco Maestrini recensito un paio di settimane or sono, e questo di Traviata di Alfredo Corno, hanno in comune l’aver collocato la vicenda in un ambientazione familiare al grande pubblico tramite innumerevoli film e telefilm (nel caso dell’Elisir d’amore) o una delle pellicole più celebri della storia del cinema, La dolce vita, divenuta un autentico fenomeno socio-culturale. Ed è appunto sul set di questo film che Alfredo Corno (con scene di Angelo Sala e costumi degli stessi Corno e Sala) pone la vicenda di Violetta, con un’operazione di metateatro, o meglio di cinema nel teatro, complessivamente accattivante, intrigante e coinvolgente, anche se, come spesso accade in questi adattamenti, con un certo numero di forzature e momenti di confusione. Dopo la proiezione a ritroso di un corteo funebre durante il Preludio, il primo atto si apre davanti alla Fontana di Trevi, con la protagonista vestita alla Anita Ekberg con tanto di lunga parrucca bionda, ed è subito evidente che ci troviamo sul set del film: Gastone è un paparazzo e gli altri interpreti e il coro rivestono varie mansioni (altri attori, attrezzisti, camerieri ecc). Ci accorgiamo ben presto che se alcune scene sono “finzione” (il Brindisi, ad esempio), altre, a partire dal malore di Violetta, fanno parte della vita vera. Qui iniziano le prime perplessità, in quanto non è che un attore che si innamora di una collega, per quanto discussa, sia fenomeno tanto scandaloso da provocare l’intervento del di lui padre; poi però nel finale dell’atto secondo scopriamo che lo stesso Germont père è un attore (interprete nientemeno che di Casanova) per cui forse diventa plausibile il volere proteggere il figlio da un ambiente che conosce fin troppo bene. Questo finale ha infatti luogo ancora una volta in uno studio di Cinecittà (lo studio 5, ça va sans dire), in cui si ritrova un’ampia rappresentanza della variegata ed eccentrica umanità felliniana, dalle donne mature scollacciate, le drag queen (e gli artisti e le artiste del coro si sono prestati meravigliosamente al gioco), ai vari prelati, fino a Gelsomina e “il Matto” che teneramente consolano Violetta durante il concertato. Il terzo atto è ambientato in uno squallido ospedale: Annina, che negli atti precedenti pareva esser la manager o segretaria di Violetta, qui è una suora; Alfredo entra nella stanza nella maniera meno sentimentale possibile, tenendosi a debita distanza da Violetta, che riesce comunque a tirarlo verso di sé; e Germont aveva palesemente preso parte alle celebrazioni carnevalesche, dato che ha una trombetta in tasca. Gastone/Paparazzo poi cerca di scattare una foto al cadavere di Violetta. Una morte gelida, asettica oserei dire nell’indifferenza comune, con l’eccezione di Suor Annina.

Ho avuto il piacere di ascoltare e recensire più volte in passato l’approccio al capolavoro verdiano di Fabrizio Maria Carminati, che non mi pare sostanzialmente cambiato nel corso degli anni. La sua Traviata forse non soddisferà ogni gusto, ma anche coloro che preferiscono un’altra lettura dell’opera non potranno rimanere indifferenti alla sua coerenza ed originalità. Un suono snello, direi quasi scarno, certamente non corposo, unitamente a tempi tendenzialmente sostenuti e ad una scarsa propensione a sottolineare i colori, dà vita, in un espressionismo quasi in bianco e nero, a scene di intensa tragedia pervase da una sorta di cupo fatalismo. Questa è una società che, lungi dal divertirsi (in effetti direi che finge di divertirsi), piomba in un vuoto oppressivo, una società che non ha speranza di salvarsi; l’incessante martellare dei violini durante la scena della festa di Flora assume i connotati di una vera danza macabra, in cui per fortuna vengono banditi i rallentando di tradizione su “Ah! Perché venni incauta!”, così come quelli su “Gran Dio! Morir sì giovane” alla fine del terzo atto. Latente è il desiderio febbricitante e nevrotico che arde in così tante Violette: la festa del primo atto si caratterizza solo per fragilità e debolezza, travolta da un’implacabile inesorabilità. Pertanto non si può dire che la Violetta disegnata da Carminati mostri segni chiari di ribellione nel secondo atto; può soltanto piegarsi a qualcosa di cui si è avuto più che un presentimento sin dall’inizio. A me questa Traviata asciutta e pessimista piace moltissimo, e mi comunica al contempo un’ansia da cui è difficile liberarsi al termine dell’opera. In fin dei conti, ridotta all’osso, La traviata è la storia crudele di una donna indifesa e vittima dell’ipocrisia di una società moralmente ben più corrotta di lei.

La concezione di Carminati è stata ben compresa e seguita dalla sua protagonista. Francesca Dotto, giovane soprano emergente recentemente balzata agli onori della cronaca per esser stata la Violetta nella cosiddetta “Traviata di Valentino” al Teatro dell’Opera di Roma, non può vantare un timbro particolarmente seducente, né è una di quelle voci che si riconoscono all’istante, ma ha uno strumento abbastanza rifinito dal punto di vista tecnico, in grado di rendere giustizia a quasi tutto quello che Verdi le chiede.  I passi di agilità, pur non essendo stupefacenti, sono competenti, con scale discendenti accurate; soprano essenzialmente lirico leggero, la Dotto ha un registro centrale non molto corposo o ricco di colori e non possiede quella che in gergo si chiava “cavata” (e quindi “Amami Alfredo” si è perso fra l’orchestra), ma acquista spessore man mano che sale, fino a Do 5 sicuri e squillanti; leggermente meno spavaldi i re bemolli di “gioir”, ed emesso con troppa tensione il mi bemolle sovracuto con cui ha voluto chiudere il primo atto; se non si riesce a conferire a questa famigerata nota il potere liberatorio, climatico che dovrebbe comunicare quando si sceglie di includerla, è largamente preferibile seguire la volontà verdiana. Nel resto dell’opera, è innegabile che il timbro non possieda se non in parte la polpa e il calore ideali per il duetto con il baritono, ma il fraseggio intelligente e vario – reso possibile, ripetiamo, da una buona tecnica che le permette di cantare piano anche in acuto, di smorzare, di tenere lunghi fiati – sopperisce a tale carenza. “Dite alla giovine”, fraseggiato con commozione e dignitoso dolore, rappresenta la misura della sua arte. L’ultimo atto ha una sua eleganza: per esempio, un “è tardi” che esprime disperazione senza veristica volgarità. “Addio del passato”, fortunatamente eseguito nella sua interezza, si è rivelato il punto più alto della sua prestazione, cesellato con un abile gioco di chiaroscuri e pianissimi delicati, ad ulteriore conferma di un’indubbia innata musicalità. Altro giovane cantante poco più che trentenne e in attività da pochissimi anni, il tenore Matteo Lippi, allievo di Mirella Freni: l’impressione ricavata è sostanzialmente positiva, poiché anche in questo caso ci troviamo di fronte a un cantante che pare conoscere il meccanismo di una buona fonazione, ed è quindi in grado di cantare sul fiato, di modulare una voce dal volume ragguardevole e timbricamente piacevole, nonostante qualche nasalità di troppo che il tenore apparentemente ritiene necessaria per ascendere verso gli acuti. Ci è parso al contrario interprete un po’ troppo freddo e compassato, ma non è da escludere che ciò fosse frutto dalla concezione registica del personaggio. Buono il Germont di Simone Del Savio, baritono dal volume ragguardevole ma dalla vocalità piuttosto monolitica, non prodiga di sfumature, anche se ben emessa e in grado di eseguire prodezze tecniche quali l’eseguire, almeno nella prima strofa, tutto in un fiato “Dio mi guidò, Dio mi guidò”, dove quasi tutti i baritoni prendono fiato dopo il primo Fa acuto in preparazione del Sol bemolle immediatamente successivo. Fra le parti secondari spiccava la Flora di Ana Victoria Pitts, già apprezzata in parti ben più importanti; anche qui comunque la cantante aveva modo di metter in risalto il bel timbro mezzosopranile, e di eseguire con precisione – cosa affatto scontata – i gruppetti della frase “il lupo perde il pelo…”. Completavano molto onorevolmente il cast Patrick Kabongo Mubenga, un Gastone dal bel timbro ma dalla dizione perfettibile, Byongick Cho, un Douphol particolarmente temibile, Pavlo Balakin (Grenvil), Matteo Loi (Marchese d’Obigny), Eunhee Kim (buona cantante anch’ella sprecata in una parte come Annina), Leonardo Melani (Giuseppe), Nicolò Ayroldi (domestico di Flora, anche lui ascoltato con piacere in ruoli più sostanziosi) e Nicola Lisanti (un commissionario). Ottimi come sempre l’Orchestra e il Coro del Maggio Musicale Fiorentino.

Nel complesso si può parlare di una Traviata riuscita, di un allestimento (mi si perdoni il gioco di parole) con molti punti di forza e qualche forzatura, con un cast di buon livello e dominata dalla direzione tecnicamente ineccepibile, sferzante, oserei dire appropriatamente crudele di Fabrizio Maria Carminati. 

Opera di Firenze – Stagione estiva 2016
Cortile di Palazzo Pitti
LA TRAVIATA
Melodramma in tre atti. Libretto di Francesco Maria Piave
Musica di Giuseppe Verdi

Violetta Valéry Francesca Dotto
Flora Bervoix Ana Victoria Pitts
Annina Eunhee Kim
Alfredo Germont Matteo Lippi
Giorgio Germont Simone Del Savio
Gastone di Letorières Patrick Kabongo Mubenga
Barone Douphol Byongick Cho
Marchese d’Obigny Matteo Loi
Dottor Grenvil Pavlo Balakin
Giuseppe Leonardo Melani
Domestico Nicolò Ayroldi
Commissionario Nicola Lisanti

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Fabrizio Maria Carminati
Maestro del coro Lorenzo Fratini
Regia Alfredo Corno
Scene Angelo Sala
Costumi Alfredo Corno e Angelo Sala
Luci Alessandro Tutini
Coreografia e assistente regista Lino Privitera
Nuovo allestimento del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino
Firenze, 3 luglio 2016

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