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Firenze, Cortile di Palazzo Pitti – L’elisir d’amore

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Se con Anna Bolena Donizetti aveva aggiornato i personaggi drammatici nella propria produzione seria, con L’elisir d’amore, una ‘rilettura’ comica e rustica della leggenda di Tristano e Isotta, il compositore ridefinì gli elementi della commedia buffa del diciottesimo secolo, dando vita a una nuova terminologia. Pertanto la specificazione di melodramma giocoso assegnato all’Elisir acquista il proprio significato nel sorriso commovente, patetico ed elegiaco che fa da perfetta bilancia alla risata buffa e grassa della classica opera comica. E Donizetti sposterà ulteriormente tale sottigliezza semantica delle parole quando nove anni più definirà Don Pasquale un ‘dramma buffo’.

In apparenza L’elisir d’amore presenta personaggi giù ampiamente sfruttati ed anzi abusati: Nemorino è l’idiota del villaggio, pronto a bersi, letteralmente e figurativamente, la favola di Tristano; Dulcamara è il tipico ciarlatano, e Belcore il classico soldato spaccone che risale addirittura al miles gloriosus di plautina memoria; Adina è la civetta, la ragazza che sa leggere e scrivere e guarda dall’alto verso il basso i contadini. La psicologia moderna la prenderebbe come modello pressoché perfetto di personalità narcisista che pensa che tutto le sia dovuto e che si irrita se si accorge che persone che a lei non interessano non sono a lei interessate: è facilmente intuibile come l’unione fra una manipolatrice professionista e un maschio “beta” (e dubbi sulla sua virilità ce li dà il fagotto dell’introduzione a Una furtiva lagrima, strumento che insieme al clarinetto e al corno inglese erano solitamente appannaggio di personaggi femminili) con seri problemi di autostima non sia destinata a finir molto bene. In ogni caso la disparità fra questi quattro personaggi e le rispettive maschere dell’opera buffa è immensa: quest’ultime sono epigoni che seguono un modello predeterminato, mentre i primi sono percepiti da Donizetti come eponimi nella cui umanità idillio e pettegolezzo, litigi e sospiri, astuzia e ingenuità si intrecciano miracolosamente. Donizetti usa sofisticati attrezzi musicali per sottolineare la sincerità di Nemorino opponendolo alla simulazione, all’artifizio e alla menzogna degli altri; già nella cavatina iniziale “Quanto è bella, quanto è cara”, all’apparenza solo un semplicissimo, quasi banale Larghetto in Do maggiore, fanno capolino inflessioni di modo minore (prima Mi minore e poi Do minore), veri e propri biglietti da visita della natura malinconica e sentimentale del personaggio, che ha fra l’altro una spiccata ed insolita tendenza, per un personaggio formalmente buffo, a esprimersi in tonalità bemolli. Gli altri tre ingressi sono parodie: Adina, presentata con un valzer e una mazurca, non crede minimamente all’esistenza del filtro di Isotta;  tutto nei ritmi puntati simil-militareschi e nella coloratura di Belcore parla di esagerazione e millanteria. Il culmine della menzogna si ha ovviamente nella cavatina di Dulcamara, in cui, come è stato più volte notato, l’uso insolitamente frequente dei proparossitoni cui normalmente si ricorre nell’opera italiana in relazione a entità sovrannaturali, sottolinea la natura insincera del ciarlatano che si presenta come detentore di poteri sovrumani che in realtà non possiede.

Non dev’esse facile per un regista mettere in scena quest’opera e al contempo dire qualcosa di nuovo e personale. È vero che moltissimi allestimenti moderni spostano i luoghi della vicenda dai Paesi Bassi indicati dal libretto alla pianura padana o alle valli lombarde, ed è infatti celeberrima l’affermazione di Gianandrea Gavazzeni secondo cui la partitura dell’Elisir emanava lo stesso odore delle terre bergamasche. L’ultima produzione a Firenze, con regia di Rosetta Cucchi, aveva ambientato l’opera in una scuola per artisti, sullo stile di Saranno famosi di una degradata periferia metropolitana americana, in un’atmosfera alla Grease o Happy Days: allestimento che funzionava molto bene a patto che si dimenticassero i continui riferimenti alla vita rurale. Il nuovo allestimento di Pier Francesco Maestrini con scene di Juan Guillermo Nova e costumi di Luca Dall’Alpi è ancora più convincente perché, pur restando nel nuovo continente, ha collocato l’azione in un villaggio rustico circondato da campi di grano del South West: il secondo atto si svolge durante la “Florence Fair” del 1970 e fra le sette città americane con questo nome quella più relativamente vicina alla celebre Route 66 (anch’essa referenziata nella scenografia) è quella in Arizona, con la sua variegata umanità di cowboys, hippies, contadini con il forcone, monaci buddisti, lattaie all’apparenza mennonite, artisti alternativi, signore della buona borghesia vestite secondo la moda di un decennio prima con tanto di giri di perle, e ovviamente procaci ragazze con scarpe con la zeppa, pantaloncini striminziti, e camicetta annodata sotto il seno a mostrar l’ombelico. Adina è la giovane padrona di un fast food e Nemorino un suo dipendente, costretto ad andare in giro vestito da pollo per reclamizzare il “fried chicken” del locale: questa volta “egli è il gallo della Checca, tutte segue tutte becca” non è solo una locuzione. Belcore è il tipico “drill sergeant” che appare in scena spronando i soldati con la più celebre delle “running cadence” e non si toglierà quasi mai i classici occhiali a specchio. Dulcamara è il tipico “snake oil salesman” con un’impressionante somiglianza al Mickey Rourke del film The Wrestler. Giannetta è la classica “all American beauty”, una sosia di Mena Suvari.  Abbiamo assistito ad un allestimento ricco di trovate quasi sempre azzeccate, fra cui per esempio Dulcamara che imita Louis Armstrong nella “Barcarola” del secondo atto, che poi più che barcarola è una gavotta, al cui ritmo il regista è riuscito a far ballare al coro un’americanissima square dance. Divertente l’arrivo alla Florence Fair dei Village People, e ovviamente, in un’epoca di piena liberazione sessuale, alla fine Adina non si limita a consegnare il fatal contratto (probabile viaggio d’andata per il Vietnam) a Nemorino, ma butta il ragazzo a terra, lo spoglia e…diciamo che le agilità della cabaletta (stupendamente variate) simboleggiavano il piacere dell’amplesso con tanto di do acuto finale lunghissimo (più o meno una decina di secondi) a fungere da climax. Anche l’orchestra spesso partecipava a questi “scherzi”, come per esempio la tastiera che suona l’accordo di Tristano quando Dulcamara menziona Isotta nel duetto del secondo atto con Adina, o gli accenni di “When the Saints go marching in” delle trombe. Degna di lode è stata la prova di Alessandro D’Agostini: sin dai primi accordi è stato subito palese che la sua direzione sarebbe stata un elemento chiave per il successo finale dell’opera: mi è piaciuta la sua insistenza nel pretendere accenti ritmici e fraseggio nitido orchestrale, ottenendo verve e pulizia dalla sempre ottima Orchestra del Maggio Musicale. Peccato che l’esser seduto proprio davanti alle trombe e agli ottoni non mi abbia permesso di godere di un suono più globalmente omogeneo. D’Agostini non ha ignorato la pietra miliare del belcanto, l’arte del rubato; la sua lettura, ricca di slancio e languore, ironia e passione, pare aver trovato il giusto equilibrio del Giano Bifronte che è quest’opera, che guarda simultaneamente alle proprie radici settecentesche e allo scoperto Romanticismo di molti momenti legati, come si diceva, a Nemorino. Ammirevolissima anche la decisione di presentare l’opera in versione integrale apportando variazioni ai daccapo.

Adriana Donadelli (Giannetta), bellissima ragazza che poteva passare per una bionda texana DOC, gambe slanciate, chioma lunga alla Farah Fawcett e zigomi alla Jerry Hall, ha però rivelato qualche acerbità vocale.  Ineccepibili i due rappresentanti delle voci gravi: Marco Filippo Romano è stato un Dulcamara ben cantato, con un sillabato preciso e dizione chiarissima, dotato di un buon legato nelle frasi che lo richiedono (“ah di patria il caldo affetto”, per esempio) e acuti sicuri (un bel Sol acuto all’unisono con il tenore alla fine del duetto) e soprattutto è stato ben attento ad evitare ogni sconfinato nel parlare e nei vezzi istrionici di bassa lega.  Il baritono Biagio Pizzuti ha esibito un timbro ricco, robusto e virile necessario a riempire le varie frasi “importanti” che Donizetti riserva al suo sergente-pavone, sostenuto da una buona emissione vocale che gli ha permesso di cantare con morbidezza e di sfoggiare una notevole agilità. Juan Francisco Gatell non è partito nel migliore dei modi, causando un certo allarme con una cavatina (“Quanto è bella, quanto è cara”), che non è stata un modello di omogeneità di fonazione. La sua prestazione è andata nettamente migliorando durante tutto il corso della serata, raggiungendo buoni risultati nel momento più atteso dal pubblico, la romanza del secondo atto, intonata con buon legato, discreta tavolozza di colori e molto pathos. Ma già il momento che io ritengo la vetta artistica dell’opera, “Adina credimi”, intonato con grande malinconia e un pizzico di febbrilità, aveva fatto spuntare diverse furtive lacrime fra il pubblico. Regina della festa è alla fine stata incoronata Laura Giordano, soprano lirico leggero con volume di medio livello adatto al repertorio che interpreta, timbro caldo, rotondo (che automaticamente la esclude dalle legioni di soubrette che generalmente monopolizzano questo ruolo), puntuto nel registro acuto, sicuro e disinvolto come ha più volte mostrato nelle variazioni; ottimo il salto di due ottave (Do 5 – Do 3, quest’ultimo una nota sonora, e non un semplice accenno come spesso si sente) e notevole l’esecuzione precisa delle numerose scale cromatiche della cabaletta abbellita, come si accennava, da godibili e musicalissime variazioni.

Un Elisir ben cantato, ben diretto con un occhio di riguardo alla filologia, in una messinscena in cui nulla pareva lasciato al caso e soprattutto in grado di sorprendere e divertire, e per di più allestito nel cortile di uno dei palazzi più belli d’Italia: che cosa si può voler di più?  

Opera di Firenze – Stagione estiva 2016
Cortile di Palazzo Pitti
L’ELISIR D’AMORE
Melodramma giocoso in due atti di Felice Romani
Musica di Gaetano Donizetti

Adina Laura Giordano
Nemorino Juan Francisco Gatell
Belcore Biagio Pizzuti
Dulcamara Marco Filippo Romano
Giannetta Arianna Donadelli

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Alessandro D’Agostini
Maestro del Coro Lorenzo Fratini
Regia Pier Francesco Maestrini
Scene Juan Guillermo Nova
Costumi Luca Dall’Alpi
Luci Bruno Ciulli
Nuovo allestimento del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino
Firenze, 20 giugno 2016

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